Agostino De Laurentiis, detto Dino, nato a Torre Annunziata nel 1919 e deceduto a Beverly Hills nel 2010, è stato il produttore cinematografico italiano, naturalizzato statunitense, più influente del Novecento. Fratello di Luigi De Laurentiis e zio di Aurelio De Laurentiis, ha fondato con Carlo Ponti la Ponti-De Laurentiis e ha prodotto capolavori come La strada e Le notti di Cabiria (Oscar), La grande guerra e successi internazionali come Hannibal
Il ricordo di Francesco Zimone
Ho conosciuto Dino De Laurentiis nel 2004, agli Universal Studios, e ho avuto il privilegio di lavorare con lui. Quando l’ho incontrato aveva già circa 85–90 anni, ma portava con sé oltre mezzo secolo di storia del cinema, fatto di personaggi e produzioni che hanno lasciato un segno indelebile. Per tutti era il “Dottor Dino”. Aveva una voce inconfondibile, quel timbro pieno, autorevole, tipico della famiglia De Laurentiis: bastava sentirlo parlare per riconoscerlo a occhi chiusi. Io ero il più giovane in azienda e proponevo progetti decisamente più moderni rispetto alla linea tradizionale della società. Lui, con grande curiosità, li passava alle figlie, che allora avevano appena 14 e 16 anni, Dina e Carolina, per avere anche il loro punto di vista. Lavorava solo al mattino e andava via all’ora di pranzo. Le rare volte in cui si tratteneva più a lungo e non aveva l’autista, mi chiedeva di chiamargli un taxi. Nel frattempo avevo imparato a imitare perfettamente la sua voce, tanto che, quando usciva, in ufficio mi chiedevano di “fare il Dottor Dino”. Ancora oggi, quando incontro qualcuno della famiglia, mi capita di scherzare ripetendo quella frase che diceva sempre con il suo accento inconfondibile: “Francesco… mi prendi un tassi per andare a casa”. Un modo di parlare che ritrovo ancora oggi anche in Aurelio. Avrei molti altri aneddoti da raccontare, ma alcuni appartengono alla sfera personale e preferisco custodirli con discrezione. Se dovessi descriverlo con tre aggettivi direi: affettuoso, tradizionale, instancabile. Era affettuosissimo con la moglie e con le figlie, un uomo di vecchio stampo, serio, con una certa eleganza nei modi. Amava guardare le partite di calcio – era tifoso dell’Inter – e, nonostante l’età, il business era ancora parte integrante della sua anima. Non aveva mai smesso di essere produttore. Di lui conservo un ricordo molto bello, sincero. E custodisco anche delle fotografie splendide, che lo ritraggono insieme a sua moglie: immagini che, per me, raccontano non solo un gigante del cinema, ma anche un uomo profondamente legato alla sua famiglia.
Il ricordo diJonathan Sanger
Ho lavorato con Dino De Laurentiis per la prima volta in un film intitolato Crazy Joe, di cui lui era produttore e diretto dal regista italiano Carlo Lizzani, che non parlava inglese. Lui e il direttore della fotografia Aldo Tonti vennero a New York per girare il film. Io ero un assistente junior, una specie di aiuto regista. Dino era lì solo per assicurarsi che tutto andasse liscio, ma lui non era poi così interessato al film, stava girando due film contemporaneamente. Crazy Joe, ma stava anche girando Serpico, un film molto più grande con Al Pacino, ed è quello a cui ha dedicato la maggior parte del suo tempo. L’altra cosa che ho fatto con Dino è stato un film diretto da William Friedkin, intitolato the The Brink’s Job, girato a Boston e anche in questo caso Dino veniva sempre. Era adorabile quando era lì, ma era interessato al volume di cose da girare. Cercava di fare molti film contemporaneamente e cercava anche di trovare il modo di non usare troppe persone sindacalizzate, quindi veniva e mandava i suoi uomini a cercare location e mentre loro cercavano lui girava con la sua troupe italiana senza dire niente a nessuno e poi diceva “Oh, non riusciamo a trovare la location, quindi non gireremo qui” e tornavano in Italia e avevano già girato per tre giorni. Era il suo modo di fare le cose. Era davvero un personaggio ma affascinante.
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