Andrea Damante è un volto noto al grande pubblico, ma il suo percorso nasce prima di tutto dalla musica. Nato in Sicilia e cresciuto a Verona, si avvicina al djing fin da giovanissimo, muovendo i primi passi nelle serate locali e costruendo progressivamente il proprio percorso tra club ed eventi in Italia. Nel tempo amplia la sua attività fino a esibirsi anche in contesti internazionali. Tra questi, il Marquee di New York rappresenta una delle tappe più significative del suo percorso all’estero.
Guardando al tuo percorso fino a oggi, come definiresti la tua identità professionale?
Mi definisco prima di tutto un dj. È quello che ho sempre voluto fare, ancora prima che arrivasse la televisione. Ho iniziato da ragazzino, quasi per caso: avevo 12 o 13 anni quando mio padre organizzò una festa nella nostra casa al mare in Sicilia e comprò una console. Il giorno dopo era ancora montata e io iniziai a provarla. Da lì non ho più smesso. Oggi mi sento ancora quel ragazzino che voleva stare dietro una console e condividere musica con le persone. Più che l’idea di suonare in posti prestigiosi, mi interessa creare energie e far divertire più persone possibili.
Dalla tv alla musica, passando per i social: quanto contano oggi nella tua carriera?
I social sono diventati fondamentali sul piano comunicativo, questo è evidente. Però da soli non bastano. Possono aiutarti a farti conoscere, ma sotto deve esserci qualcosa di concreto: competenze, cultura musicale, capacità di stare in console. Oggi tutti comunicano attraverso i social, quindi alla lunga emergono coloro che hanno davvero qualcosa da dire o da fare.
La musica è centrale nella tua vita. Cosa ti dà il lavoro da dj che altre professioni non ti darebbero?
Stare in console è il mio posto felice. Non farei altro. Mi dà una sensazione che non trovo in nessun’altra attività: energia, concentrazione, libertà. È anche una forma di equilibrio personale. Sono una persona piuttosto ansiosa, tendo a preoccuparmi facilmente, ma quando suono tutto si spegne. Rimango focalizzato solo su quello che sto facendo. Trovare qualcosa che ti appassiona davvero aiuta tantissimo. Quando fai qualcosa che ami, che ti coinvolge e ti dà soddisfazione, riesci a liberare la mente e a staccarti dai pensieri negativi. Per me la musica è questo.
Come prepari un set e quanto spazio lasci all’improvvisazione?
Dipende sempre dal contesto: festival, club, stagione, pubblico. Prima seleziono una serie di tracce, ma poi durante la serata bisogna leggere il momento e adattarsi. Direi che è un equilibrio abbastanza netto: metà preparazione e metà improvvisazione. È importante seguire l’energia del pubblico.
Quanto conta l’esperienza in console?
Moltissimo. La tecnica si può imparare con studio e allenamento: mixare bene, andare a tempo, conoscere la strumentazione. Ma dopo anni sviluppi altro: sensibilità, flow, capacità di guidare il pubblico e costruire un viaggio musicale. È lì che si vede davvero la professionalità.
C’è un artista o producer che ha influenzato particolarmente il tuo stile?
Tanti. Quando ho iniziato ero molto influenzato dalla scena EDM: Martin Garrix e Alesso erano riferimenti importanti. Oggi i miei gusti si sono evoluti verso sonorità più house ed electro, con più groove. Mi ispirano producer diversi, da cui prendo elementi differenti per costruire qualcosa di personale.
Sei diventato noto al grande pubblico molto giovane. Com’è cambiato il tuo rapporto con la notorietà?
All’inizio è stato abbastanza invasivo, soprattutto nei primi tempi dopo la televisione. Però l’ho sempre vissuta bene, senza fastidio particolare. Ho sempre ricevuto molto affetto e questo ha reso tutto più semplice. Certo, a volte manca un po’ di anonimato, ma nel complesso è qualcosa che ho imparato a gestire serenamente.
Ti senti ancora legato ai tuoi esordi televisivi o pensi di aver superato quella fase?
Credo di averla superata. Sono passati quasi dieci anni e fin dall’inizio ho cercato di essere coerente: quando mi proponevano ospitate, dicevo sempre che sarei andato per suonare. Ho sempre voluto comunicare che il mio lavoro era questo. Negli ultimi anni ho rifiutato anche alcune collaborazioni social per rimanere focalizzato sulla musica. È stato un percorso lungo, ma oggi credo che il messaggio sia chiaro.
Guardando indietro, cosa diresti all’Andrea di dieci anni fa?
Di avere meno fretta. All’inizio avrei dovuto passare più tempo in studio e seguire di più la mia identità musicale, invece di rincorrere tendenze del momento. Però anche gli errori fanno parte del percorso. Nella musica tutto richiede tempo: costruire un progetto, trovare il team giusto. La fretta spesso è controproducente.
Dove ti immagini tra cinque anni?
Spero di portare la mia musica a più persone possibili, suonare di più all’estero e fare più festival. Mi piace molto l’America e lavorare qui, ma non penso di trasferirmi stabilmente: l’Italia resta casa.
Hai nuovi progetti in arrivo?
Da settembre partirà un progetto a cui lavoro da tempo. Negli ultimi anni ho cercato di entrare in un’etichetta a cui tenevo molto: ho mandato tanti demo, ricevuto diversi rifiuti, ma ho continuato. Alla fine mi hanno firmato più tracce e abbiamo chiuso un accordo per tre singoli. Era un obiettivo importante per me.
Per quanto riguarda i live, tornerò a Las Vegas a giugno, avrò molte date in Italia e continuerò anche il mio format estivo a Mykonos, che ormai porto avanti da tre anni.
L’articolo Andrea Damante: «La console è il posto in cui mi sento a casa» proviene da IlNewyorkese.





