La biblioteca senza biblioteca: dentro l’Obama Presidential Center

CHICAGO — La prima cosa che si vede è la torre. Si alza sopra gli alberi di Jackson Park, nel South Side di Chicago, con una massa di granito chiaro che da lontano sembra quasi estranea al parco. Avvicinandosi, però, il complesso cambia carattere: la torre resta monumentale, il resto del campus si abbassa, si apre, lascia spazio ai prati, ai percorsi pedonali, alle opere d’arte e agli edifici destinati alle attività pubbliche.

L’Obama Presidential Center è stato inaugurato da poche settimane e l’effetto novità si sente. La domanda per i biglietti resta molto alta e l’ingresso al museo avviene su prenotazione e a orario prestabilito. Dal centro di Chicago ci si arriva senza difficoltà con i mezzi pubblici; più difficile è capire quanto tempo dedicargli. Due ore consentono di attraversare il museo con una certa attenzione. Per il campus esterno, i giardini e il percorso delle opere d’arte conviene prevederne almeno altrettante.

È già un indizio sulla natura del posto. Non è stato pensato come un edificio da visitare e lasciare alle proprie spalle.

Anche la definizione di presidential library, quella con cui per decenni gli americani hanno indicato i luoghi dedicati agli ex presidenti, qui rischia di trarre in inganno. Gli archivi dell’amministrazione Obama sono affidati ai National Archives e non sono conservati fisicamente a Chicago. Sul campus c’è una biblioteca, ma è una vera filiale della Chicago Public Library, aperta al quartiere.

Una presidential library senza la library, dunque. Più che una stranezza burocratica, è la scelta che spiega quasi tutto il resto.

Obama ha preferito costruire un centro dedicato alla memoria della propria presidenza e, insieme, alla formazione civica, alla cultura, allo sport e agli incontri pubblici. L’archivio resta altrove; qui c’è la narrazione. E salendo nei diversi livelli del museo si capisce presto quale sia il filo scelto per tenerla insieme.

Si parte dalla biografia. Le origini familiari, l’arrivo a Chicago, Michelle, gli anni da community organizer, la formazione politica. Poi la campagna del 2008, quando “Hope” e “Yes We Can” smisero di essere soltanto slogan e diventarono, almeno per una parte del Paese, un linguaggio generazionale.

Gli audiovisivi hanno un ruolo centrale. I filmati originali dei comizi, delle primarie e della notte elettorale riempiono grandi installazioni che trattengono il pubblico più delle teche. Colpisce soprattutto chi resta davanti agli schermi. Ci sono persone che nel 2008 avevano già votato molte volte, ragazzi che allora erano bambini, famiglie, visitatori ormai anziani.

Più di uno si commuove.

Non serve attribuire a quella scena più significati di quanti ne abbia. Ma qualcosa racconta. A quasi vent’anni dalla prima vittoria, Obama conserva con una parte del proprio elettorato una forte connessione. Quelle immagini ricordano una presidenza, ma anche un momento nel quale milioni di americani avevano proiettato su un candidato aspettative molto più grandi di un programma politico.

Poi la storia entra alla Casa Bianca: la crisi finanziaria, la riforma sanitaria, le guerre, la diplomazia, le tensioni razziali, i risultati raggiunti e quelli rimasti incompiuti. La quantità di materiali è notevole e impedisce al percorso di ridursi a un grande racconto multimediale.

Tra i cimeli più significativi c’è la bandiera americana portata ad Abbottabad dalla squadra che condusse il raid contro Osama bin Laden, firmata dai partecipanti e poi donata a Obama. È un oggetto semplice, quasi dimesso rispetto ad altri. E proprio per questo cambia il tono della visita. Per qualche minuto il linguaggio dell’ispirazione e della mobilitazione lascia spazio alla parte più dura del lavoro presidenziale: decidere, assumersi una responsabilità, mandare uomini in un’operazione dalla quale avrebbero potuto non tornare.

Poco più avanti c’è la ricostruzione dello Studio Ovale. È a grandezza naturale, molto accurata e volutamente accessibile. Si può entrare, sedersi dietro la scrivania, guardare da vicino gli oggetti e farsi la fotografia che quasi tutti, prima o poi, finiscono per fare. Tra i dettagli c’è anche la riproduzione della lettera che George W. Bush lasciò a Obama il 20 gennaio 2009.

È una delle tradizioni più discrete della presidenza americana: chi esce lascia qualche riga privata a chi sta per prendere il suo posto. In un museo costruito intorno alla democrazia, quella lettera dice forse più di molti pannelli esplicativi. Ricorda che il potere presidenziale americano è enorme, ma anche che a un certo punto deve essere consegnato.

Resta, naturalmente, un museo costruito dall’istituzione che porta il nome del protagonista. È il limite inevitabile del genere. Qui Obama racconta Obama. La selezione dei fatti, delle immagini e degli oggetti costruisce una memoria, non un giudizio storico definitivo. In alcuni passaggi la componente celebrativa è evidente.

Ma il Center sarebbe difficile da capire se lo si riducesse a questo.

Proseguendo, il protagonista arretra. Entrano in scena il movimento per i diritti civili, gli attivisti, le comunità locali, gli organizzatori, le generazioni precedenti sulle cui conquiste è stata possibile anche l’ascesa del primo presidente afroamericano. Il museo prova così a collocare Obama dentro una storia più lunga e a spostare progressivamente il peso su chi viene dopo.

È qui che il progetto diventa più ambizioso, e anche più difficile da giudicare.

Fuori dalla torre ci sono il Forum, l’auditorium, la biblioteca pubblica, gli spazi sportivi, le aree per i programmi educativi e un parco attraversato da installazioni artistiche. Il campus è pensato per conferenze, attività con le scuole, programmi di leadership, eventi culturali e iniziative di comunità. L’idea è che il Center continui a funzionare anche quando i visitatori del museo sono tornati a casa.

La questione decisiva, allora, non riguarda soltanto la qualità dell’esposizione, che è alta. Riguarda quello che succederà intorno.

Tra dieci anni il successo non si misurerà dal numero di persone che si saranno fotografate nello Studio Ovale. Si capirà da quanto questo pezzo di Jackson Park sarà entrato nella vita del South Side, se la biblioteca sarà frequentata, se le scuole useranno gli spazi, se convegni e programmi porteranno qui anche persone che non avrebbero mai comprato un biglietto per un museo presidenziale.

Chicago, da questo punto di vista, non è uno sfondo. Obama avrebbe potuto collocare altrove il luogo della propria eredità. Ha scelto il South Side dove arrivò da giovane, lavorò come organizzatore di comunità, incontrò Michelle Robinson e cominciò la propria carriera politica.

La sistemazione esterna cerca di tenere insieme quella storia personale e la scala molto più grande del progetto. La torre può apparire chiusa e perfino severa; il parco fa il lavoro opposto. Sentieri, prati, giardini e arte pubblica rendono meno netto il confine tra il Center e la città.

Le opere meritano una visita a parte. Sono diffuse negli edifici e all’esterno e non hanno l’aria di essere state aggiunte alla fine per riempire le pareti. Mosaici, sculture, vetri e grandi opere concepite appositamente per questi spazi partecipano al racconto del luogo.

Anche i materiali hanno un peso particolare nell’esperienza. Granito, vetro, cemento e legno vengono usati con una cura evidente delle superfici e delle finiture. All’interno la torre è meno pesante di quanto prometta la facciata. La luce naturale aumenta salendo, gli spazi cambiano scala, corridoi raccolti si aprono su ambienti più ampi. Il percorso verticale termina nella Nelson Mandela Sky Room. È probabilmente la sala più riuscita del Center.

Le grandi vetrate mostrano Jackson Park, il South Side e Chicago. Sull’esterno dell’edificio compaiono parole tratte dal discorso pronunciato da Obama nel 2015 per il cinquantesimo anniversario delle marce da Selma a Montgomery. Sul soffitto, Sky of Hope dell’artista britannico-pakistano Idris Khan riprende migliaia di parole dello stesso discorso, impresse e sovrapposte fino a diventare quasi materia.

Qui architettura, arte e messaggio politico finiscono per coincidere.

Dopo ore trascorse dentro la storia di Obama, l’ultima sala porta il nome di Nelson Mandela e obbliga a guardare fuori. È un finale studiato. Ma funziona proprio perché sposta il punto di vista.

Una presidenza, anche quella del primo afroamericano arrivato alla Casa Bianca, diventa un passaggio dentro una storia più lunga di persone, lotte, sconfitte e avanzamenti. Il passato è molto presente nel museo, spesso attraverso cimeli notevoli, ma serve soprattutto come argomento per parlare di ciò che viene dopo.

Su questa parte conviene sospendere il giudizio.

Costruire un campus di questa qualità, ricco di simboli e ambizioni, è un risultato che si può già osservare. Trasformarlo in un centro culturale vivo, capace di incidere davvero sul quartiere e di parlare a generazioni che non hanno vissuto il 2008, richiederà molto più tempo.

In questo senso l’Obama Presidential Center somiglia parecchio al presidente di cui porta il nome. C’è fiducia nel racconto, una grande attenzione ai simboli e soprattutto la convinzione, molto obamiana, che la partecipazione individuale possa ancora produrre cambiamento collettivo.

È una scommessa più interessante della semplice celebrazione di una presidenza.

In fondo, è qui che il paradosso iniziale acquista senso. La biblioteca, in senso stretto, è altrove. Gli archivi conserveranno ciò che Obama e la sua generazione hanno fatto: le decisioni prese, i risultati raggiunti, quelli mancati.

A Jackson Park resta qualcosa di più difficile da archiviare. Un luogo costruito intorno all’idea che una democrazia non si erediti una volta per tutte, ma debba essere continuamente rimessa nelle mani di chi viene dopo. È questa, più della celebrazione di una presidenza, la promessa dell’Obama Presidential Center. E anche la sua scommessa: che le generazioni future decidano di raccoglierla.

L’articolo La biblioteca senza biblioteca: dentro l’Obama Presidential Center proviene da IlNewyorkese.

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