Quando parliamo di cittadinanza italiana e mobilità internazionale molti pensano immediatamente alle implicazioni burocratiche, tralasciando l’intreccio profondo di storia, identità e diritti fondamentali che le caratterizza. Tra recenti evoluzioni normative, rinvii alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea e l’impatto delle nuove tecnologie nella pratica forense, il percorso per il riconoscimento dei diritti richiede oggi una visione che sia insieme strategica, flessibile e rigorosa.
In questa intervista, l’Avvocato Salvatore Aprigliano, fondatore di Aprigliano International Law Firm, analizza le trasformazioni del settore, dal valore insostituibile dell’argomentazione umana rispetto all’Intelligenza Artificiale fino al divario concreto tra i tempi della giustizia e le esigenze reali di chi sceglie di investire o vivere in Italia.
Avvocato Aprigliano, partiamo dalle origini. Perché ha deciso di intraprendere questa professione, è quello che sognava di fare da bambino?
Credo di aver deciso di diventare avvocato durante una lezione di filosofia al liceo.
Il mio insegnante spiegava un’idea semplice ma potente: vivere insieme richiede delle regole. Rinunciamo a un certo grado di libertà assoluta perché le regole rendono possibile una società organizzata e più sicura.
Quell’idea mi è rimasta dentro. Ricordo di aver pensato che, se gran parte della nostra vita è modellata da regole e principi, una delle cose più interessanti che potessi fare era imparare come funzionano e capire il ragionamento che sta dietro di esse.
Da allora non ho mai visto il diritto come un insieme di regole da memorizzare, ma come un sistema con una propria logica. Ciò che mi affascinava allora, e che mi affascina ancora oggi, è capire perché una norma esiste e quale principio la sostiene.
Perché ha scelto di dedicare la sua carriera proprio al diritto dell’immigrazione e della cittadinanza, un ambito così denso di implicazioni, tanto umane quanto giuridiche?
Sono stato attratto dal diritto dell’immigrazione e della cittadinanza perché sono ambiti in cui la legge può cambiare il corso della vita di una persona. Sento questa responsabilità in modo molto forte, e questo rende il lavoro molto più personale per me. C’è anche una ragione familiare.
Mio padre è partito dal Sud Italia all’inizio degli anni Sessanta e si è trasferito al Nord. Io sono nato e cresciuto al Nord Italia e non ho mai vissuto al Sud, eppure parte della mia identità viene da lì. Mi è arrivata attraverso mio padre e i miei nonni: i loro valori, le loro storie, la loro cultura, persino il modo in cui vivevamo come famiglia.
È difficile da spiegare, ma è molto reale. Puoi appartenere completamente al luogo dove sei nato e cresciuto e sentire comunque che un altro luogo fa parte di chi sei, anche se non ci hai mai vissuto.
Penso che questo mi aiuti a comprendere la diaspora italiana. Le radici possono essere geograficamente lontane, o risalire a più generazioni fa, e continuare comunque a far parte della tua identità. Quando parlo con un discendente italiano, spesso vedo proprio questo: qualcuno che cerca il riconoscimento legale di una parte della propria storia che porta con sé da tempo.
Lo studio Aprigliano è definito una boutique legale innovativa. Come si riesce a fondere questi due opposti per offrire un servizio che sia, al tempo stesso, tecnologico e “sartoriale”?
Non vedo davvero tecnologia e servizio sartoriale come opposti.
Un sarto può usare una macchina da cucire invece di cucire ogni pezzo a mano. L’abito rimane comunque sartoriale se è stato disegnato, tagliato e realizzato per quella persona specifica. Penso ai servizi legali più o meno allo stesso modo.
In uno studio legale internazionale ci sono molte attività organizzative, documentali e ripetitive che la tecnologia può rendere più rapide e affidabili. Ogni minuto che risparmiamo lì è tempo che possiamo dedicare a ciò che non dovrebbe mai essere standardizzato: capire il caso, parlare con il cliente, individuare il problema reale e sviluppare la strategia giusta.
La nostra filosofia è semplice: standardizzare il processo, non il cliente. La tecnologia deve rendere il lavoro più efficiente. La strategia legale deve restare personale.
La tecnologia per voi è un pilastro di efficienza. Qual è stata la sfida tecnologica più complessa o l’investimento digitale più audace che ha voluto implementare nello studio, e che impatto ha avuto sui vostri clienti internazionali?
La sfida più grande non è mai stata scegliere un software. È stata assicurarsi che il caso di un cliente non dipendesse da quale avvocato si trovasse ad aprire il fascicolo quella mattina. Così abbiamo costruito un sistema per organizzare ogni fase del lavoro in modo disciplinato, mantenendo lo stesso livello di attenzione individuale, man mano che lo studio cresceva.
Secondo me, la conoscenza non dovrebbe mai restare nelle mani di un solo avvocato. Se un membro del team scopre un argomento migliore, risolve un nuovo problema o individua un rischio che non avevamo ancora visto, quella conoscenza deve diventare patrimonio dello studio. È proprio qui che la tecnologia si è rivelata più preziosa per noi. La usiamo per trasformare la conoscenza individuale in conoscenza condivisa, attraverso linee guida interne, controlli, strumenti di analisi, procedure di revisione e aggiornamenti continui.
Per me, questo è stato uno degli investimenti più importanti che abbiamo fatto crescendo come studio: assicurarci che un team più grande generasse più conoscenza collettiva, e non semplicemente più professionisti separati. Per i nostri clienti, il risultato dovrebbe essere la coerenza. La qualità del loro caso non dovrebbe dipendere da quale singolo avvocato si occupa di un particolare passaggio.
Si parla molto di Intelligenza Artificiale applicata al diritto. C’è chi teme che gli algoritmi sostituiranno gli avvocati. Dal suo osservatorio privilegiato, qual è quella “scintilla umana” e quel valore aggiunto che nessuna tecnologia potrà mai togliere alla consulenza fatta di persona?
Non credo che l’IA possa sostituire l’avvocato, soprattutto quando il compito non è semplicemente applicare una legge esistente, ma costruire un argomento giuridico nuovo. Se un argomento giuridico è davvero nuovo, non puoi aspettarti di recuperarlo semplicemente come conoscenza già consolidata.
L’IA può aiutarmi a trovare norme, sentenze, precedenti e informazioni molto più velocemente. Questo è estremamente utile. Ma non può decidere al posto mio quali elementi contano davvero, come vadano collegati, o quale strategia legale si debba costruire a partire da essi. Questo rimane il compito dell’avvocato. L’IA ci dà accesso a più informazioni, più velocemente. L’avvocato deve comunque selezionarle, metterle alla prova, interpretarle e decidere come usarle.
Se il tuo obiettivo è semplicemente seguire una legge già consolidata, la tecnologia può essere un acceleratore straordinario. Ma se stai cercando di costruire un percorso giuridico nuovo, devi comunque fare ciò che gli avvocati hanno sempre fatto: studiare, collegare cose che altri magari non hanno ancora collegato, e assumerti la responsabilità dell’argomento che stai sostenendo.
La cittadinanza iure sanguinis è un diritto costituzionalmente garantito, eppure i discendenti degli emigrati italiani si scontrano con barriere burocratiche enormi. Qual è oggi la “battaglia” più complessa che si trova ad affrontare su questo fronte?
Vorrei partire da una precisazione, perché conta. La cittadinanza italiana è uno status tutelato dalla Costituzione. Ma le regole specifiche su come la cittadinanza si trasmette da genitore a figlio sono scritte dal Parlamento, entro certi limiti. Dove si collochino esattamente quei limiti è proprio l’oggetto della battaglia attuale.
La questione più difficile oggi nasce dalla riforma della cittadinanza del 2025. Ha cambiato in modo drastico le regole sulla cittadinanza per discendenza, applicando queste nuove restrizioni anche a persone già nate al momento dell’entrata in vigore.
Quell’effetto retroattivo è al centro del dibattito giuridico. E questo mi riporta a ciò che per primo mi ha attratto verso il diritto al liceo: una norma non esiste mai isolata.
Se essere avvocati significasse semplicemente leggere una legge e applicarla alla lettera, gli avvocati sarebbero probabilmente molto meno necessari. Oggi potresti chiedere a un sistema di IA: “Sono un discendente di quarta generazione. Cosa dice la nuova legge?”, e questo potrebbe rispondere immediatamente: “La norma ti esclude.”
Ma non è lì che finisce l’analisi giuridica. È lì che comincia. Devi poi chiederti se quella norma sia coerente con il resto del sistema giuridico — con la Costituzione italiana, con il diritto dell’Unione Europea e con i principi giuridici di rango superiore. Una legge può essere pienamente in vigore e comunque incontrare dei limiti a causa di norme sovraordinate. È esattamente ciò che è accaduto con la riforma del 2025.
Nell’aprile 2026 la Corte Costituzionale ha emesso la sentenza n. 63. Molti l’hanno letta come la fine della vicenda. In quella stessa decisione, la Corte ha anche scelto di non rimettere la questione europea alla Corte di Giustizia, ritenendo la risposta già sufficientemente chiara.
Noi l’abbiamo letta diversamente, e abbiamo mantenuto l’argomento di diritto dell’Unione Europea al centro dei nostri atti.
Alcuni mesi dopo, con l’ordinanza n. 147 del 2026, in un procedimento in cui il nostro studio non era coinvolto, la stessa Corte ha seguito un percorso procedurale diverso. Ha sospeso il giudizio e rimesso una questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: se gli articoli 9 TUE e 20 TFUE ostino a una norma nazionale che esclude, fin dall’origine, l’acquisto della cittadinanza italiana da parte di persone nate all’estero prima che quella norma esistesse, qualora siano già in possesso di un’altra cittadinanza.
Sul piano europeo, si tratta di un cambiamento significativo nel giro di pochi mesi. Voglio essere preciso su cosa sia questo, e cosa non sia. Non è una pronuncia che dichiara invalida la riforma. Non è una decisione della Corte di Giustizia, che non si è ancora espressa. Non riapre automaticamente i casi già decisi.
Ciò che significa è che la questione è ora davanti alla corte che ha l’ultima parola sul diritto dell’Unione e nessuno può dire oggi come quella corte risponderà. Per me, questo è un esempio molto concreto di ciò che rende affascinante questa professione: non fermarsi alla singola norma, ma comprendere il sistema giuridico in cui quella norma deve operare.
Oltre alla discendenza, il mondo della mobility globale è cambiato. Oggi si parla molto di visti per investitori (Investor Visa), nomadi digitali e visti per residenza elettiva. Chi è il “nuovo migrante” che si rivolge allo Studio Aprigliano e quali sono le insidie burocratiche italiane che rischiano di far scappare i grandi capitali o i talenti esteri?
In un mondo globalizzato, non credo esista un unico stereotipo del “nuovo migrante”. Le persone si spostano per lavoro, per investimento, per la pensione, o semplicemente perché la tecnologia permette loro di trascorrere parte della propria vita altrove.
In Italia, la sfida più grande è spesso la burocrazia. I tempi non sono sempre prevedibili, anche quando la legge prevede delle scadenze, e uffici diversi non sempre operano esattamente allo stesso modo. Quindi conoscere la norma non basta sempre. Bisogna anche sapere come un determinato ufficio la interpreta e come funziona quella procedura nella pratica.
Questa conoscenza pratica può fare una differenza significativa nel portare a termine un caso in modo efficiente ed evitare ritardi inutili.
L’imprenditore o la multinazionale che decide di investire e operare in Italia si scontra spesso con un sistema normativo labirintico. Qual è la paura più grande di chi si rivolge a voi e in che modo la vostra assistenza riesce a disinnescarla?
Per le aziende, la preoccupazione più grande è spesso l’incertezza sui tempi. Le imprese pianificano investimenti, assunzioni, trasferimenti e ingresso sul mercato in base a delle scadenze. Un ritardo di alcuni mesi può avere un impatto reale su un progetto.
È qui che conta l’esperienza costante con queste procedure. Proprio perché lavoriamo ogni giorno con questi uffici, seguiamo anche i cambiamenti nelle loro prassi e procedure. Presentare una pratica completa fin dall’inizio, basata non solo sulla legge ma anche su ciò che quello specifico ufficio richiede in concreto, può prevenire richieste di documentazione aggiuntiva ed evitare ritardi significativi.
Più in generale, assistere un cliente internazionale richiede più della semplice conoscenza della norma. Bisogna capire come quella norma funziona nel mondo reale e cosa il cliente sta effettivamente cercando di ottenere. Il nostro obiettivo è rendere questo percorso il più prevedibile possibile.
Per quanto riguarda l’aggiornamento continuo, gran parte deriva dal lavoro stesso. Ci confrontiamo ogni giorno con questi uffici e ascoltiamo i clienti spiegarci perché un determinato ritardo è importante per la loro attività. Questo dice più di qualsiasi fonte su come le cose si stiano effettivamente muovendo.
Dietro ogni faldone e ogni ricorso ci sono storie di vita, sogni di ritorno alle origini. C’è un caso, tra i tanti trattati, che le è rimasto particolarmente nel cuore? Quello in cui ha sentito che non stava solo vincendo una causa, ma restituendo un’identità?
C’è un caso che ricordo molto chiaramente, quello di una coppia americana in pensione che aveva deciso di trascorrere il prossimo capitolo della propria vita in Italia. Il loro caso di cittadinanza era relativamente semplice. Avevano provato per un paio d’anni a ottenere un appuntamento consolare senza successo, così alla fine si sono rivolti a noi e abbiamo presentato un ricorso in Italia.
L’udienza era fissata poco prima di Natale. In un caso come il loro, ci aspettavamo ragionevolmente che il tribunale si avviasse verso una decisione poco dopo. Poi, solo pochi giorni prima dell’udienza, siamo stati informati che era stata rinviata di tre mesi per esigenze organizzative interne del tribunale.
Ricordo ancora la videochiamata con il cliente. Mi ha salutato in un italiano meravigliosamente all’antica, probabilmente imparato da suo nonno e, ridendo, ha detto qualcosa come: “Da oggi siamo paesani.” È stato in quel momento che mi ha detto che lui e sua moglie si erano già trasferiti in Italia.
Sono rimasto sconvolto, perché non era il piano originale. Mi aveva sempre detto che si sarebbero trasferiti dopo la conclusione del caso di cittadinanza e dopo aver ottenuto i passaporti italiani. Ma durante l’estate avevano trascorso del tempo in Italia in visita ai parenti, e a un certo punto avevano semplicemente deciso di non voler più aspettare. A Natale avevano già comprato casa, spedito i mobili e trasferito la loro vita.
Lui rideva. Io ero paralizzato. Non perché pensassi che il loro caso fosse debole. Anzi, tutto il contrario. Ma sapevo qualcosa a cui lui in quel momento non stava pensando: anche in un caso semplice, i tribunali possono rinviare le udienze, i giudici possono cambiare, e i tempi possono slittare.
Mentre lui festeggiava il trasferimento, io stavo già calcolando quanto tempo potessero legalmente restare in Italia e cosa avremmo dovuto fare se la sentenza non fosse arrivata in tempo. Ed è esattamente ciò che è successo.
Essendo cittadini statunitensi, non potevano semplicemente restare in Italia a tempo indeterminato in attesa della sentenza di cittadinanza. Una volta scaduto il periodo di soggiorno breve consentito, avevano bisogno di uno status di soggiorno valido per rimanere nel Paese. Altrimenti rischiavano di trovarsi in soggiorno irregolare, con conseguenze potenzialmente serie sul piano dell’immigrazione.
Così ci siamo trovati improvvisamente a gestire due pratiche contemporaneamente: il caso di cittadinanza e una soluzione di soggiorno che permettesse loro di restare legalmente in Italia mentre il procedimento giudiziario proseguiva. Abbiamo dovuto organizzare tutto molto rapidamente, insieme alle questioni di residenza e agli altri aspetti amministrativi legati al loro status.
Il caso è stato rinviato ancora. Quello che inizialmente sembrava un ritardo di tre mesi è diventato alla fine di circa sei mesi, con ulteriore incertezza dovuta ad altri rinvii e a cambi del giudice assegnato al caso.
Alla fine abbiamo ottenuto il riconoscimento della loro cittadinanza italiana, e oggi vivono in Italia come cittadini italiani.
Quel caso mi è rimasto impresso perché mi ha mostrato, in modo molto concreto, la differenza tra il tempo della legge e il tempo della vita reale. Un rinvio di tre mesi può sembrare un dettaglio procedurale su un calendario giudiziario. Ma per le persone coinvolte può incidere su dove possono vivere, se possono stabilire la residenza, e se la vita che avevano già iniziato a costruire può proseguire come previsto.
Mi ha anche confermato qualcosa che dico sempre ai clienti: anche quando un caso sembra solido, bisogna sempre pensare alle conseguenze pratiche se i tempi dovessero cambiare. Dietro ogni fascicolo ci sono persone che prendono decisioni reali sulla propria vita. Il nostro compito non è solo argomentare il diritto, ma capire cosa accade a loro mentre la legge fa il suo corso.
Guardando indietro ai primi anni di carriera, e poi allo studio milanese di oggi, qual è il consiglio più prezioso che si darebbe e quale pensa sia stata la sua più grande intuizione?
Direi al me stesso più giovane: non innamorarti mai troppo del tuo argomento. Le convinzioni forti sono importanti nel diritto. Ma è altrettanto importante metterle alla prova, cercare gli argomenti contrari e chiedersi se esista un’interpretazione migliore.
Nel corso degli anni ho sviluppato un’abitudine. Quando costruisco una nuova tesi giuridica, chiedo agli altri avvocati dello studio di provare a demolirla.
La critica ti costringe a vedere la questione da angolazioni che potresti aver trascurato. Espone le debolezze. E a volte ti dice se il tuo argomento è davvero solido, o se semplicemente ti ci sei affezionato.
Quanto alla mia intuizione più grande, credo sia stata capire che uno studio legale può crescere davvero solo se la conoscenza individuale diventa conoscenza collettiva. Assumere più avvocati non basta. Serve un sistema in cui ciò che una persona impara diventi disponibile per tutti.
In molti sensi, questo rispecchia il mio approccio al diritto stesso: continuare a studiare, condividere ciò che si impara, mettere alla prova le proprie certezze e non trattare mai una soluzione come definitiva solo perché ha funzionato ieri.
Per concludere, Avvocato: se dovesse riassumere in una sola parola, o in un motto, la filosofia che guida lei e il suo team ogni giorno quando aprite le porte dello studio di Milano, quale sarebbe?
Continuare a imparare. Guardare oltre l’ovvio. Capire la persona prima di decidere.
Credo che queste tre cose vadano insieme. Continuare a studiare. Guardare i problemi da angolazioni che altri potrebbero non considerare, senza paura di uscire dallo schema abituale. Ma allo stesso tempo, capire la persona che si ha di fronte. I clienti non sono fascicoli o numeri. Sono persone. Ognuna ha una storia diversa e bisogni diversi. Molto spesso, la differenza sta nei dettagli.
Puoi conoscere una norma alla perfezione, ma se non capisci cosa significherà davvero una decisione per la vita di quella persona, è difficile dare un consiglio davvero valido. E vale anche il contrario. Capire il cliente non basta se smetti di studiare la legge, di mettere alla prova le tue certezze e di cercare soluzioni migliori. Questo, alla fine, è ciò che voglio che il nostro studio faccia ogni giorno.
L’articolo Cittadinanza italiana, parla l’avvocato Salvatore Aprigliano: «Standardizzare il processo, mai il cliente» proviene da IlNewyorkese.





