Barbara Pelachin Marciandi è la nuova guida del Comites di New York. È stata eletta all’unanimità nel corso della 29ª assemblea, alla quale ha partecipato anche il Console Generale d’Italia a New York, Giuseppe Pastorelli. Quando la chiamo, la sua emozione è ancora fortissima e mi trasmette tutta l’energia con cui, insieme al suo team, si è già messa al lavoro.
Dalla visione alle priorità del suo mandato, in questa intervista la nuova presidente del Comites di New York racconta, anche attraverso la propria vicenda personale, la centralità del networking, l’importanza del dialogo con le nuove generazioni e con le diverse ondate migratorie, fino alle azioni per valorizzare sempre di più l’identità italiana in un contesto globale.
L’obiettivo, come dice Marciandi, “è rafforzare, con un approccio pragmatico e inclusivo, una comunità ampia e articolata, trasformando esperienze personali in strumenti utili per chi oggi costruisce il proprio futuro negli Stati Uniti”.
Partiamo dall’inizio: che emozione è stata l’elezione e a chi è andato il primo pensiero?
È stata una grande soddisfazione, che non vivo solo come un risultato personale: è un traguardo di squadra. Questo percorso non l’ho iniziato da sola, ma insieme a Ornella Fado e Leide Porcu, con cui abbiamo costruito fin dall’inizio la lista “Italia nel Cuore”, guidata dalla Cavaliera Giuliana Ridolfi Cardillo. Siamo partite insieme e insieme siamo arrivate fin qui. Il primo pensiero, poi, è andato alla mia famiglia: a mio marito e ai miei quattro figli. Loro sono la mia forza. Senza il loro supporto non sarebbe possibile affrontare un impegno di questo tipo, che non è solo lavoro ma anche responsabilità verso una comunità ampia e complessa.
Il lavoro di squadra sembra dunque centrale: è una prerogativa del Comites?
Assolutamente sì. Io non guardo ai colori politici: il Comites non è e non deve essere un’arena politica. Deve essere un gruppo di persone che collaborano per la comunità. Da soli non si va da nessuna parte. In queste prime ore abbiamo già iniziato a strutturare gruppi di lavoro interni, ma con un’apertura chiara: ogni membro dovrà collaborare anche con persone esterne. La comunità italiana è fatta di competenze, caratteri e background diversi, ed è proprio questa la nostra forza.
Quali saranno le prime azioni concrete del vostro mandato?
Abbiamo già un calendario molto fitto. Continueremo i progetti avviati negli anni precedenti, come la parata del Columbus Day, il programma di Mentorship, il progetto contro la violenza domestica, il Pride e quello dedicato al fumetto. Le riunioni del Comites saranno itineranti: dopo quella al Consolato, la prossima sarà in New Jersey, poi nel Queens e a Brooklyn. Vogliamo essere presenti sul territorio, nelle associazioni, dentro la comunità. Ci saranno anche nuovi progetti, già emersi nelle ultime riunioni, ma preferisco parlarne quando saranno definiti. Dovremo poi entrare in contatto con i consolati onorari e con le associazioni che vorranno collaborare.
In che modo il Comites guarda alle nuove generazioni?
I giovani sono fondamentali: sono il futuro. Non possiamo ignorarli. Il progetto Mentorship nasce proprio da questa esigenza: creare uno scambio tra generazioni, dai 18 anni in su. Io sono insegnante e madre: so che il rapporto è reciproco. Non sono solo gli adulti a insegnare ai giovani, ma anche il contrario. È uno scambio continuo. Questa attenzione nasce anche da un’esperienza personale. Quando siamo arrivati a New York, dieci anni e mezzo fa, con quattro figli piccoli, ci siamo trovati completamente soli. Capire come funzionano scuola, sanità, assicurazioni e affitti è stato complicato. Da lì è nata l’idea di costruire qualcosa che possa aiutare chi arriva oggi.
Che ruolo può avere il Comites rispetto a queste difficoltà pratiche?
Non possiamo e non dobbiamo sostituirci al Consolato, ma possiamo renderci disponibili. Il nostro ruolo è diverso: possiamo orientare, informare, creare rete. Ad esempio, indirizzare le persone verso servizi come Fast IT o Prenot@Mi e spiegare come muoversi. Ma soprattutto fare networking: mettere in contatto le persone. Non siamo un job center, ma possiamo facilitare opportunità. E oggi il network è tutto.
E il rapporto con le associazioni e le altre realtà italiane a New York?
È fondamentale. Siamo aperti a collaborazioni: chiunque abbia un progetto può contattarci. L’idea è lavorare insieme, creando gruppi di lavoro misti. Il Comites può avere un ruolo di coordinamento, ma i progetti devono essere condivisi. È così che si costruisce qualcosa di solido.
Per la prima volta il Comites vede due donne ai vertici, con lei presidente e Ornella Fado vicepresidente. Che valore ha questa leadership?
Non lo vedo come una questione di genere. Non sono femminista in quel senso: per me contano le capacità, la serietà e la lealtà. Se oggi ci sono due donne ai vertici è perché abbiamo lavorato bene insieme. Io e Ornella siamo diverse, ma proprio per questo complementari. È questo che ha fatto la differenza. Certo, è un segnale di cambiamento. E forse non è un caso che sia successo a New York, una città che spesso anticipa certe dinamiche.
Quali sono oggi le principali esigenze per la comunità italiana negli Stati Uniti?
Dipende molto dalle generazioni. Per la comunità italoamericana storica, il tema centrale è la cittadinanza, in particolare il riacquisto. È una questione molto sentita. Per i nuovi arrivati, invece, il problema principale è restare: visti, permessi di lavoro, costo della vita e sanità. Parliamo spesso di ragazzi molto preparati, che arrivano per studiare, master, PhD, medicina, MBA, e vorrebbero costruire qui il proprio futuro. Il nostro compito è aiutarli a orientarsi, anche attraverso il networking.
Può succedere, a volte, che chi ha costruito il proprio percorso con fatica sia più restio a condividere. È una resistenza che capisco, ma credo che sia fondamentale fare uno sforzo in più e aiutarci di più. La comunità italiana è forte, preparata, capace. Dobbiamo solo diventare più collaborativi.
Da cosa può derivare, per alcuni, la difficoltà di condividere?
È umano. Chi ha fatto tanta fatica, chi è arrivato senza supporto, a volte tende a chiudersi. Lo capisco. Però non possiamo restare lì. Io stessa ho vissuto quella fase. Quando siamo arrivati, non conoscevamo nessuno. È stato difficile. Poi, nel 2017, ho sentito l’esigenza di rimettermi in gioco: ho iniziato a insegnare italiano presso Collina Italiana e, grazie a una collega, sono entrata in contatto con un gruppo di donne italiane a New York, il NYIW. Da lì ho iniziato a costruire una rete. Poi è arrivato il Covid, che ha interrotto tutto. E solo nel 2021 sono stata coinvolta nel progetto del Comites da Fucsia Nissoli. In quel momento ho capito che potevo trasformare quella difficoltà personale in qualcosa di utile anche per gli altri.
Quindi l’ingresso nel Comites nasce da un’esperienza diretta?
Sì, completamente. È nato da un bisogno concreto. E infatti, quando sono stata eletta la prima volta, ho capito che la comunità cercava qualcosa di nuovo. Il mio messaggio era chiaro: essere un ponte tra Italia e Stati Uniti. Un bridge, come si dice qui. E credo che questa idea sia ancora attuale.
In che modo cambia l’esperienza migratoria tra chi arriva come expat e chi invece arriva da solo?
Cambia tantissimo. Chi arriva come expat ha già una struttura: casa, scuola, assicurazione, tutto organizzato dall’azienda o dall’università. Chi arriva da solo, studenti e giovani professionisti, deve costruirsi tutto. Ed è lì che la comunità diventa fondamentale. Avere qualcuno a cui chiedere fa risparmiare tempo ed energie e aiuta a evitare errori.
Allo stesso tempo, la comunità è anche un modo per mantenere le proprie radici?
Sì, assolutamente. Poter condividere le tradizioni e continuare a parlare la propria lingua è importantissimo. È la prima cosa da preservare, perché è il ponte con la famiglia e con le origini. È così che si può vivere pienamente l’opportunità del biculturalismo: essere italiani e americani insieme, che non significa solo parlare due lingue, ma vivere due culture. Questo ti dà un’elasticità mentale enorme.
New York è probabilmente il simbolo di questa pluralità. Come si inserisce l’identità italiana in un contesto così complesso?
New York è tutto multi: multiculturale, multietnica, multireligiosa. È proprio questo che ti arricchisce.
Il punto è valorizzare l’eredità italiana senza trasformarla in qualcosa di nostalgico o, peggio, artificiale. Le tradizioni devono restare autentiche, ma adattarsi ai tempi. Puoi modernizzare la forma, la comunicazione, i linguaggi, ma non puoi cambiare la sostanza. Se stravolgi, perdi autenticità e diventa qualcosa di finto.
Quindi innovazione sì, ma senza perdere identità?
Esatto. È un equilibrio. Anche le grandi organizzazioni italoamericane lo stanno facendo: si aprono ai giovani, si aggiornano, ma mantengono la loro identità. La sostanza non cambia. Cambia il modo in cui la racconti.
La sua professione di insegnante di italiano e storia quanto influisce nel suo approccio istituzionale?
Tantissimo. Dalla storia impari che devi conoscere il passato per capire il presente e costruire il futuro. Dall’italiano e dalla letteratura impari la profondità. Io amo Dante: è incredibilmente attuale. Racconta esperienze che tutti attraversiamo, anche oggi. Queste due dimensioni, memoria e consapevolezza, guidano molto il mio modo di lavorare.
Il volontariato è un altro elemento centrale del suo percorso. Che ruolo ha oggi, soprattutto per i giovani?
È fondamentale. Il volontariato ti forma come persona. Ti insegna a metterti nei panni degli altri. Io l’ho sempre fatto, fin da ragazza, e lo fanno anche i miei figli. Non deve essere qualcosa fatto per apparire: deve essere autentico. Chi fa volontariato impara molto più di quanto dà. È un’esperienza che ti cambia.
Esiste spazio per il volontariato anche all’interno del Comites?
In realtà il Comites è già volontariato. Noi siamo al servizio della comunità. Progetti come Mentorship o quelli legati al supporto alle persone sono forme di volontariato. E molti membri del Comites sono già impegnati anche in diverse associazioni.
Guardando al futuro, qual è il segno concreto che vorrebbe lasciare con il suo mandato?
Vorrei portare a termine tutti i progetti in modo efficace e lasciare un buon ricordo. Non di me, ma del Comites. Negli ultimi mesi ci sono state divisioni e abbandoni. Il nostro obiettivo è chiudere questo percorso con un lavoro che sia davvero di squadra. Perché, come ho detto fin dall’inizio, da soli non si va da nessuna parte.
L’articolo Barbara Pelachin Marciandi: “Il Comites sia un ponte vivo tra l’Italia e la comunità italiana e italoamericana di New York” proviene da IlNewyorkese.





